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Mio nonno Salvatore Emblema, il suo museo sul Vesuvio e le nuove piattaforme interattive

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L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

Quando si parla di piccoli musei o musei nati per commemorare, ricordare e catalogare opere di un’artista si finisce sempre col pensare ad un qualcosa di chiuso, nato solo per volere dell’artista o degli eredi. Cosa non sempre vera ed un esempio lampante è il Museo Emblema. Nato sì per volere dell’artista e nel luogo suo natio, ma aperto al confronto e con una vocazione didattica. Un luogo che grazie ai suoi collaboratori ha saputo dare un nuovo volto e maggiore visibilità ai “piccoli musei”. Qui non si parla solo di Salvatore Emblema e della sua arte ma si creano memorie, eventi, idee da condividere, anche attraverso nuove piattaforme educative, come il nascente progetto Mymuseum. Conosciamo ancora meglio il Museo Emblema e le future iniziative attraverso le parole del suo curatore Emanuele Leone Emblema e grazie ad alcune immagini scattate alla Galleria Fonti di Napoli, da alcuni anni ormai ponte tra il Museo Emblema, la città di Napoli ed un sempre crescente collezionismo internazionale.

Chi è stato Salvatore Emblema?
Forse sono la persona meno adatta a cui puoi chiedere chi sia stato Salvatore Emblema. Io ho un osservatorio privilegiato in fondo: era mio nonno. Ammetto che è stata una figura molto presente nella mia vita. L’ho sempre vissuto un po’ con quella dicotomia tra come lo vedevano gli altri e come lo vedevo io. Emblema aveva fama di uomo burbero, ruvido, arroccato in quella villa di Terzigno quasi impenetrabile. Per me invece era quello che ogni mattina mi prendeva in macchina e m’accompagnava a scuola. Quindi, come puoi ben capire, ho sempre vissuto questa ambivalenza della persona. Perché effettivamente Emblema è stata una personalità piuttosto imponente, poteva non piacere. Collerico quanto generoso. Assai ironico però. Io credo che come artista il suo più grande errore sia stata una fondamentale incapacità di tessere e coltivare quella rete di relazioni personali che poi, in fin dei conti, fanno il tesoro privato di chi lavora nel mondo dell’arte. Era il tipo che amava oppure odiava. Visto da fuori il suo doveva sembrare un approccio un po’ elitista. Ma sono più che sicuro che questa cosa fosse dovuta non tanto al fatto di sentirsi effettivamente superiore, dal punto di vista vuoi artistico o morale. Più probabilmente veniva da una forma di umiltà portata all’ennesima potenza. Ma anche l’umiltà, a suo modo, per l’artista è vizio capitale, e perciò ne veniva fuori una percezione che paradossalmente agli altri risultava quasi scostante, arrogante. Questo è un aspetto della personalità di Emblema che mi ha sempre interessato e che forse andrebbe analizzato, ora, in un’ottica biografica. Anche perché ha delle ricadute sulla ricerca artistica e la sua carriera nel suo complesso. Era fatto così: gli interessava solo stare lì, fare la sua ricerca, ci teneva tantissimo alla pittura e alle sue problematiche interne ed era davvero fiero di ciò che portava avanti. E poi andava a finire che non riusciva a condividere a pieno questi frutti, quelle emozioni con nessun altro mezzo se non la pittura stessa. Infatti, se ci pensi, Emblema ha avuto come estimatori e compagni di percorso il top della critica militante dell’epoca: Giulio Carlo Argan, Palma Bucarelli, Filiberto Menna. Ammetterai che per un solitario di natura come era lui, poter appartarsi a lavorare in tranquillità, quasi nascosto dalle spalle larghissime di Argan o della Bucarelli, alla fine risultava quasi una comfort zone operativa. E la stampa del tempo poi scriveva: “É il cocco di Argan, è il protetto della Bucarelli”. Secondo me alla fine la grande fortuna critica di Emblema negli ‘70 e ’80 è stata sia croce che delizia per la sua carriera.

Qual è la finalità, attualmente, del Museo Emblema, in una situazione anche di lockdown?

Il Museo Emblema nasce per volontà dello stesso Salvatore Emblema ormai vent’anni fa. Piuttosto auto celebrativa come cosa, dirai tu. In realtà si trattava di un esigenza, tutta personale, di aprire le porte del suo studio, del suo atelier e renderle qualcosa di assolutamente condivisibile. Paradossalmente, era il tentativo di poter rimediare a tutto quell’isolamento che si era autoimposto. Una specie di ironico contrappasso. Era come voler mostrare in presa diretta – come mai aveva fatto prima – i frutti del lavoro a chiunque avesse la voglia e la curiosità di varcare la soglia della sua villa. Che poi è molto bella, sotto il Vesuvio, nella pineta di Terzigno, con un cancello mai chiuso. Pensa, dagli anni Sessanta ad oggi è sempre rimasto aperto, era quindi, e da sempre, un invito ad entrare. Questo invito da tacito è diventato, con la trasformazione in museo, un invito formale! In fondo era un modo per dire io sto qui, non sentitemi distante, entrate! Da quella prima pietra iniziale, il museo ovviamente si è evoluto tantissimo in questi venti anni. Dopo la morte di Salvatore Emblema, è diventata la sede dell’archivio, quindi il cuore pulsante del rapporto con i collezionisti. Poi, per volere sempre dell’artista, è stato creato un dipartimento didattico, il Medd. E’ andata così: aveva fatto una serie di mostre in Sud America e si innamorò delle attività che i bambini facevano in quei musei, sulle sue stesse opere. E disse a me e a mia madre: “Iniziate a pensare a che dovete fare voi, perché lo voglio realizzare anche al Museo Emblema”. Da lì iniziammo a lavorare con le scuole e da allora è diventato sempre meno casa e sempre più un museo. Oggi il percorso di evoluzione è quasi compiuto. C’è un dipartimento didattico, l’archivio, c’è una piccola biblioteca, un bar, e poi disponiamo a rotazione mostre di altri artisti oltre che un nucleo permanente di opere di Salvatore Emblema. Durante il lockdown, come per quasi tutti i musei, è stato un redissi generale. La nostra maggiore attività verso il pubblico, la didattica, ha avuto un vero tracollo e l’attività espositiva, a quel punto, si è fermata. Noi però non ci siamo fermati, anzi abbiamo approfittato per fare tutte quelle attività di aggiornamento e pianificazione che normalmente vengono sempre messe in secondo piano, quando hai i visitatori su base quotidiana. Digitalizzare l’archivio in vista dell’uscita del Catalogo Generale di Salvatore Emblema, tutta una serie di altri lavori di ammodernamento della struttura museo, poi ci siamo concentrati sulla promozione dell’artista, anche dal punto di vista del rapporto con i collezionisti e gli altri luoghi della cultura. Ottenendo, a mio avviso, risultati più che positivi. Abbiamo fatto tanto anche per la didattica. Per mantenere una continuità con le scuole abbiamo creato tutta una serie di percorsi educativi a distanza. Tante nuove idee, ed una che poi si è rivelata la nostra vera porta verso il futuro: Mymuseum. Tengo tanto a questo progetto perché sembra quasi la prova provata che un piccolo museo come il nostro, se partorisce delle buone idee, in un momento di crisi generale, riesce a farle valere con forza anche maggiore. Mymuseum è il modo in cui noi vediamo un rapporto fertile e continuativo tra i musei ed il mondo della scuola. Una specie di libro di testo espanso, interattivo e sempre accessibile. Una piattaforma interattiva dedicata all’educazione che nasce dalla collaborazione, ormai più che decennale, con l’Ufficio Scolastico Regionale per la Campania, con il suo Direttore Generale, la dottoressa Luisa Franzese e soprattutto con il referente designato nel campo delle arti visive, il professor Bruno Palmieri, che ha creduto, valorizzato e supportato questa idea, fornendo al contempo le necessarie basi accademiche per sviluppare il progetto con pienezza pedagogica ed educativa. Mymuseum nasce da un esigenza profonda, che solo all’apparenza ha a che fare con le distanze e i limiti imposti dai lockdown. E’ una specie di Bignami sul nostro modo di intendere il futuro di una didattica museale condivisa e di rete.

Salvatore Emblema a Capodimonte. Cosa mi puoi dire?

Si tratta di un vero ritorno a Napoli per noi, in uno spazio museale il cui prestigio, numeri alla mano, si è consolidato ed accresciuto in questi anni. Ne siamo davvero orgogliosi. E’ una mostra che nasce in una stretta sinergia tra il Museo Emblema e il Museo e Real Bosco di Capodimonte. Una mostra diffusa che sarà ospitata sia nel parco naturale che all’interno degli spazi espositivi. Insieme al Direttore Sylvain Bellenger, al suo magnifico staff ed al curatore della sezione dedicata al contemporaneo, Sergio Risaliti volevamo mostrare un Salvatore Emblema per molti aspetti inedito, soprattutto per il pubblico napoletano. Sull’onda lunga del lavoro fatto negli ultimi anni insieme al gallerista Giangi Fonti, che ha contribuito a scardinare molti luoghi comuni legati all’artista. Abbiamo prediletto tutti quegli aspetti della ricerca che per molto tempo erano rimasti sottotraccia. Aspetti legati all’indagine architettonica e con accenti quasi minimali. È una mostra che ha un nucleo narrativo tutto incentrato sulla ricerca ambientale e spaziale. Istallazioni di grandi dimensioni ed interventi operati direttamente sul paesaggio, spesso sconosciuti al grande pubblico. Ma c’è anche tanta pittura, tanta materia. E’ un progetto ambizioso! E’ concepita come un racconto espanso, perché espansa, in fondo, è la natura stessa di Capodimonte. E’ il paradiso del connoisseur con una collezione fantastica ed imponente. Ma Capodimonte è anche, e soprattutto, uno dei parchi urbani più grandi d’Europa con un pubblico vasto e meravigliosamente eterogeneo. Questa ambivalenza ci è piaciuta tantissimo, perché forse è un’ambivalenza che possiede l’opera stessa di Salvatore Emblema, tutta incentrata sul rapporto tra il fatto d’arte e la meccanica naturale. Quello di Emblema poi, è un linguaggio molto coerente, ma pieno di esiti formali diversi. Così alla fine la mostra si è quasi rivelata una sorta di ricognizione generale su quello che è stata l’intera sua indagine creativa.
Se vuoi la mia personalissima chiave di lettura, in definitiva, Salvatore Emblema in questa mostra, lo abbiamo usato quasi come un pretesto per affrontare dinamiche artistiche e storiche più vaste e generali. In un museo come Capodimonte, credo sia una cosa di cui devi tener conto: l’esperienza in cui coinvolgi e poi lasci al visitatore, sia esso un esperto o completamene a digiuno di nozioni specifiche. Non c’è gerarchia nella mission culturale di un museo. E allora ci siamo resi conto, mentre lavoravamo alla mostra che la nostra preoccupazione principale diventava il tentativo di analizzare, vale per Emblema, ma forse per qualsiasi altro artista, l’opera d’arte in quanto esercizio di modificazione dello spazio. Quello reale o quello percepito. E quando poi hai di fronte lavori che fanno della loro trasparenza costitutiva un fattore reiterante, la cosa diventa quasi divertente, ironica, perché da spettatore stai sempre lì a chiederti: Dove inizia lo spazio dell’opera e dove finisce il mio?