Raffaele Canoro, la bellezza del linguaggio pittorico e le sue contraddizioni da L'Occhio di Leone di Giuseppe Leone - 29 Gennaio 2021 250

Categoria: Eventi
Data pubblicazione
Ilaria Sabatino
Visite: 230

L’occhio di Leone , ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Ilaria Sabatino

La pittura è uno dei linguaggi primari nell’arte, come la scultura, sta alla base concettuale e pratica di ogni artista, senza di essa non può muovere i passi verso una sua interpretazione introspettiva e non può trasmettere al pubblico osservante il suo pensiero, il suo concetto. Raffaele Canoro, ben conosce questo linguaggio, lo rispetta e lo ha saputo far suo, come possiamo vedere dalle sue “enormi” tele, dove niente viene lasciato al caso. Lo stesso Canoro ci parlerà del suo rapporto con la pittura, con occhio critico e amorevole verso un linguaggio per lui e per la sua arte fondamentale.

Raffaele Canoro, che importanza ha la pittura nel suo percorso artistico?
Tra tutti i linguaggi di radice antropologica, io credo che la pittura non sia di meno degli altri linguaggi quale può essere oggi il cinema, la televisione, la fotografia. Solo che la pittura ha una valenza in più, perché ha la magia di entrare nel metabolismo dell’essere, cioè noi la usiamo attraverso quasi la biologia che trasformiamo queste cose. È chiaro che i segnali vengono sempre dall’esterno, io non credo alle pulsioni interiori, che partono da nevrosi, da eccessi di follia, non credo alla gestualità così irruenta dell’artista schizofrenico, non ci credo assolutamente! Credo che la pittura sia guidata sempre da una scienza, da un’educazione importante proprio al fare e raccoglie tutte l’esperienze umane. Poi inevitabilmente pensiamo sempre in tono figurativo, perché il figurativo ci rappresenta, perché quando abbiamo fame non possiamo pensare ad una pietra o a un albero, pensiamo magari ad un piatto di spaghetti, quando abbiamo sete non possiamo pensare a una nuvola, ma pensiamo all’acqua. Perciò in questo senso sono figurativo, cioè proprio la figurazione è indispensabile nel linguaggio umano. Poi con le ultime scoperte di questi giorni, di questa pittura rupestre di 45.000 anni fa, mi affascina! trovata in una grotta una rappresentazione di maiali oppure le grotte di Altamira, più di 30.000 anni fa. L’uomo ha sempre sentito il bisogno di rappresentare un’immagine di quello che stava pensando o facendo, quando l’uomo viveva di caccia proprio per sopravvivere sentiva la necessità di rappresentare, l’antilope che corre e lui nella Savana che l’insegue e stiamo parlando di 30.000 anni fa. Per quanto mi riguarda, personalmente, presi una decisione molti anni fa di non rimanere nell’ambiguità! Quello che poi ha fatto l’arte moderna da Duchamp in poi e inizio Novecento, non si è capito più niente, c’è stata proprio una volontà a nebulizzare, anche a creare cose inutili, perché poi ci troviamo di fronte a degli oggetti, a volte, che abbiamo necessità di qualcuno che ce li spieghi e questo è gravissimo, perché se una cosa non si spiega da sola vuol dire che è inutile, che non ha nessun senso, almeno per quanto mi riguarda. La pittura, secondo me oggi, vista pure questa aggressione tecnologica in cui la tecnologia ha la supremazia su tutto e ci rende schiavi, perché quando acquisiamo una tecnologia non ne possiamo più fare a meno, diventa indispensabile, questo è qualcosa che mi preoccupa molto. La pittura, quindi mai come in questo momento, può essere veramente di una modernità, cioè la pittura ci può riscattare da questa tecnologia perché ha il piacere ancora del fare, cioè l’uomo ancora presente, è l’uomo che agisce, che trasforma, questa cosa che assimila all’esterno e poi la trasforma e la riporta. Per me è una cosa importantissima e a volte anche meravigliosa, e per chiudere il cerchio, definisco un’opera d’arte un’ accumulatore di energia, come se fosse una batteria, l’artefice la carica e si chiude il cerchio quando l’osservatore, un qualsiasi osservatore riesce a captare quest’energia e si conclude, e allora vuol dire che ha funzionato cioè questa cosa funziona ed esiste. Qualora non avvenisse questo, vuol dire che c’è stato un fallimento cioè si è negativizzato.

Che ricordi ha del suo periodo accademico da studente e poi da docente a Napoli?

Io ho fatto l’Accademia giovanissimo, diciamo che in quel momento mi dedicavo ancora alle “inutilità”, ho bighellonato molto, ho iniziato a studiare quando ho finito l’Accademia, in quel momento ho iniziato a studiare veramente, nel senso che mi sono interessato alla conoscenza, ho cominciato i miei studi filosofici e poi la fascinazione per l’astrofisica, parte tutto da la e poi sono arrivato alle particelle elementari. Se noi non riusciamo a capire, che tutto quello che ci circonda è fatto di piccoli mattoncini che si chiamano cellule, noi non andremo da nessuna parte. Fino ai venti anni ho perso tempo, dipingevo perché lo sempre fatto, fin da bambino ho usato questo mezzo per esprimermi con i gessi, le tempere. L’Accademia è stato un bel momento, ero allievo del maestro Giovanni Brancaccio, con lui non avevo un buon rapporto, nel senso che lui guardava le mie cose, però non si è mai espresso, non mi ha mai detto va bene va male, dava un segno di accettazione ma non dava mai soddisfazione. Evidentemente lo imbarazzavo perché io facevo delle cose un po’ maniacali, un po’ grandi, facevo queste tele grandi che i miei amici e colleghi se le ricordano quando frequentavo l’Accademia facevo queste teste enormi. Quello è stato un bel momento, perché c’era anche quella gioventù esuberante che vuole fare tante cose e forse stiamo stati anche un po’ manchevoli verso noi stessi, perché ci è mancato il coraggio di andare in giro, di partire, di rischiare, invece siamo stati, almeno io, sono stato un po’ codardo, ho avuto paura per non perdere quel poco che avevo. Però secondo me un’artista non può rimanere nel luogo ancora col cordone ombelicale, deve essere liberatorio, poi in quegli anni a Napoli c’era un “muro”, cioè esisteva la qualità da un lato e il sottobosco dall’altro, per cui per entrare nella zona della qualità dovevi scalare questo muro infinito, altissimo. Se non c’erano simpatie, se non si apparteneva a quel circolo, se non si era in questa massoneria non si faceva niente, cioè specialmente certi giornalisti non vi facevano entrare, non vi invitavano alle mostre ed è stato molto faticoso. In quel periodo, poi, feci una mostra, stavo ancora in Accademia all’ultimo anno, alla Galleria San Carlo in via Chiatamone. Piacque molto a Paolo Ricci che era il titolare dell’Unità, che mi scrisse un articolo di tre colonne sull’Unità, scatenando l’invidia di altri, perché nessuno a Napoli aveva avuto una recensione da Paolo Ricci a quei livelli. Là iniziai a capire, qual’era la società che vivevo e dove stavo. Poi ebbi la fortuna di diventare assistente a 22 anni e iniziai la gavetta un po’ lunga, fortunatamente riuscivo a dipingere. Poi vinsi il concorso e fui trasferito a Foggia, dopo tornai a Napoli come assistente e dopo qualche anno vinsi la cattedra di pittura a Reggio Calabria e li rimasi per sette anni, poi per diritto di trasferimento tornai a Napoli. Ritornando alla pittura, essa ha questa magia, si metabolizza qualcosa, si pensa, si organizza e la materia prima per fare e l’idea base, io voglio fare questa cosa poi bisogna organizzarla, bisogna fare il progetto, i bozzetti. Qualche volta va bene, nel senso che l’esperienza funziona e il risultato si vede, nel senso che da soddisfazione; altre volte c’è l’opacità, che questa cosa non risponde, nel senso che si sente che l’osservatore non percepisce, perché io osservo sempre l’osservatore se lui non percepisce vuol dire che questa cosa non è stata caricata bene. Facendo sempre riferimento ai grandi artisti, che sono indispensabili, guai se non li guardassimo saremmo innanzitutto presuntuosi, artisti come Michelangelo, Masaccio, Giotto, logicamente bisogna mettersi in quel momento storico e capire che un cervello, in quel periodo, guardava le cose senza una mediazione fotografica, senza una mediazione filmica e questa è la magia vuol dire che c’era qualcosa in più proprio nell’occhio, questo occhio incredibile che manda i segnali al cervello. Queste sono le cose meravigliose della pittura, però parlare di queste cose oggi, le persone mi guardano in modo un po’ scettico, non voglio convincere nessuno, però abbiamo dei pessimi maestri in giro, abbiamo delle pessime scuole come la televisione, che sono proprio nocive per trasmettere l’immagine. Poi non ne parliamo dei social, che oggi hanno inflazionato tutto, c’è la ricerca affannosa per scoprire che poi l’immagine si impoverisce nel senso che è stata talmente distesa, c’è un’inflazione di immagine che stanca che alla fine l’osservatore veramente viene, no distratto, viene spaesato come se fosse ubriaco. Allora qual’ è la qualità, come si fa a capire la qualità e questo per me è un rebus!
Poi l’Accademia, per fortuna, nei migliaia di allievi che sono passati ho avuto la soddisfazione che c’è stato qualche allievo bravissimo. Ho avuto cinque allievi, in questi 43 anni di insegnamento, fantastici, veramente sono soddisfatto. Questo o si ha o non si ha, la scuola non può inventare un’artista, lo può aiutare, può dare un supporto, ma se no c’è la materia prima proprio nelle cellule, nel DNA, non succede niente.

Come in arte, interpreterebbe, questo lockdown durato un anno e di cui non si vede ancora la fine?

Egoisticamente le dico, che adesso sono in un periodo che potrei definire come un anno sabbatico, sto producendo piccole cose, progetti che inizio e poi distruggo proprio perché non riesco a mettere a fuoco e come se mi mancasse quella lente giusta. Però il lockdown, se mi fossi trovato nel momento del calore interiore, quel calore platonico di Platone, che diceva “doma il fuoco interiore”, questo lockdown mi starebbe proprio a pennello come un vestito su misura. Solo la solitudine ci può dare una risposta a questo pianeta marcescente, perché qualsiasi relazione si finisce sempre per essere interessata e allora il lockdown, è chiaro, ha fatto una strage, che non finirà per adesso. Teniamoci le precauzioni, le distanze e speriamo bene, perché la fine è lontana. Comunque la pittura, se io ora facessi un salto e la guardassi dall’alto, seduto su una sedia comoda, è una cosa meravigliosa perché è un linguaggio che non si può barare, perché l’osservatore primo o poi lo capirà se è vero o è falso.